Gli hotspot e il destino diverso di chi si chiama Rifugiato o Immigrato


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Gli hotspot e il destino diverso di chi si chiama Rifugiato o Immigrato

Chi decide di abbandonare il proprio Paese conosce già il destino che lo attende. In Europa si dice che i migliori strateghi ed esperti di migrazione siano proprio i migranti stessi. Decidono con accuratezza il Paese dove stabilirsi, conoscono più o meno lo stile di vita e le opportunità lavorative. Questa attenta analisi deve, però, confrontarsi con la questione molto delicata delle politiche migratorie dell’UE. La maggior parte dei migranti non conosce la situazione sulla gestione europea dei diritti d’asilo, diventata in questi ultimi anni ancor più complicata con la minaccia del terrorismo internazionale. Chi ha la fortuna di giungere presso i nostri confini deve scontrarsi con le procedure di  riconoscimento che spesso sfociano in respingimenti o in accoglimenti. Con l’evolversi delle politiche migratorie, Bruxelles ha sancito una netta divisione tra “migranti politici” e “migranti economici”, quest’ultima mitigata con la scusante della minore età o condizioni particolari. In teoria stiamo parlando di una classificazione geografica e politica dell’essere umano già elaborata in passato da un grande studioso delle migrazioni, Egon Kunz, che sosteneva la teoria push/pull, differenziando chi parte per necessità (pushed. quindi i rifugiati) da chi lo fa per scelta personale (pulled, attratti dalle migliori prospettive economiche). Con il passare del tempo la distinzione tra i due tipi di migranti è divenuta una semplificazione che ci aiuta a separare i buoni dai cattivi ma non certamente a far chiarezza sui problemi reali del fenomeno.
Bruxelles, ma soprattutto la Cancelliera Angela Merkel, riferendosi ai “migranti economici” non si è stata particolarmente propensa ad estendere il benvenuto anche a coloro che intendono trovare semplice fortuna in Germania: “accetteremo solo i profughi Siriani e chi fugge dalla guerra” aveva detto in una sua recente intervista, e cosi, di fatto, è stato. Ma la maggioranza ha pensato che fosse solamente una mossa politica piuttosto che umanitaria. A rotazione, quindi, anche l’Europa del nord (Svezia in primis) si apriva ai profughi che fuggivano dalla guerra e dalla minaccia terroristica dell’ IS. Ho detto “si aprivano”, perché oggi raccontiamo un’altra storia rispetto ai cartelli di benvenuto di qualche settimana fa, ma non è mio intento approfondire la questione in questa sede.
La scoperta della rotta balcanica, dopo le limitazioni al rilascio dei visti in Libia e l’inasprimento della guerra civile, ha triplicato il numero delle presenze al confine Turco. Si parla di migliaia di profughi siriani che stazionano nei campi allestiti da UNHCR pronti a varcare i confini europei. Le fonti delle Agenzie Internazionali parlano di 400 mila bambini provenienti dalla Siria e dall’Iraq bloccati in Giordania, Turchia e Libano, costretti a non poter andare a scuola e a nessuno di loro viene riconosciuto formalmente lo status di rifugiato, senza che riescano ad ottenere un regolare lavoro per soddisfare i bisogni primari delle loro famiglie. Lo status di rifugiato e l’agognato visto per poter lavorare e risiedere legalmente nel Paese ospitante viene concesso singolarmente secondo criteri ben precisi. Cosi l’Europa ha formalmente invitato i Paesi membri a classificare i migranti Siriani, Iracheni, Eritrei e Somali (con la possibilità di inserire nella lista altri Paesi) come “immigrati politici” o rifugiati[1], a differenza di una vasta aria Africana che va dalla Nigeria al Senegal fino al Mali e Gambia definiti immigrati “economici”. Entrambe le “classificazioni” hanno alle spalle le stesse storie di paura e miseria, entrambi hanno calpestato con i piedi scalzi la nuda terra e visto morire compagni, fratelli, figli o genitori. Ma chi decide del loro destino è una apposita Commissione preposta per accettare o respingere la richiesta di status di rifugiato politico. Il Paese che ha ricevuto più domande di asilo è sicuramente la Germania (73mila domande, il 40% del totale), storicamente paese che ha accolto popoli di guerra, mentre l’Italia viene considerata sempre più una terra di passaggio con circa 15mila domande (8% del totale). Nel 2014, invece, l’Italia ha avuto un incremento del 140% delle richieste d’asilo dovuto in particolar modo all’aumento delle persone sbarcate nel Mediterraneo, ben 170 mila (+200% rispetto al 2013), ma anche dell’applicazione del regolamento di Dublino che prevede la possibilità di fare domanda di asilo nel primo Paese di arrivo in Europa.
In seguito ai massicci arrivi lungo le frontiere costiere europee, gli allarmi terroristici con la crescente pressione dell’IS in Libia e il timore di accogliere in casa nostra potenziali jihadisti, la Cancelliera Merkel e il suo omonimo Austriaco Faymann hanno ribadito la necessità di creare dei centri di identificazione nei Paesi maggiormente esposti come Grecia e Italia che prenderanno il posto di strutture già esistenti: i cosidetti Hotspot, meglio conosciuti come “punti caldi”. In Italia, la Sicilia è la regione con il più alto numero di Hotspot dove se ne contano addirittura ben cinque: Trapani, Augusta, Pozzallo, Porto Empedocle e Lampedusa. Le forze dell’ordine, coadiuvate dai funzionari delle Agenzie Europee, identificano i migranti che vogliono presentare la richiesta d’asilo, raccogliendo le impronte digitali tra le prime 48/72h dal loro arrivo. Nel caso in cui rifiutassero l’identificazione vengono trasferiti presso i CIE (Centro identificazione ed espulsione) pronti per essere rimpatriati. Coloro che invece saranno schedati verranno trasferiti presso le strutture di accoglienza fino a quando l’autorità preposta non esaminerà la posizione di ogni singolo immigrato per ordinare cosi o la loro ammissione e riallocazione in altri Stati membri nel caso di “immigrati politici” o la loro espulsione se si tratta di “immigrati economici”, a meno che non siano minori o versano in gravi condizioni di salute. Chi rimane in Italia deve attenersi alle condizioni giuridiche nostrane. Ma la situazione non è delle migliori, specialmente in Sicilia: non ci sono più dormitori disponibili, non ci sono sussidi, non c’è lavoro e se c’è, di certo non in regola. I Centri di accoglienza sono al collasso, quindi spesso si dorme per strada e chi è fortunato riceve una coperta e un pasto caldo. Oggi, protezione e dignità sono diventati un lusso che nessuno più conosce. E l’Europa che litiga su Schengen dovrebbe pensare ad una strategia per migliorare questi nuovi flussi migratori ed evitare che decine di bambini muoiano ogni giorno tra le braccia dei soccorritori. Le politiche migratorie europee, quindi, restano oggetto di discussione in ambito intergovernativo, e in particolar modo sono criticate da alcune organizzazioni umanitarie, contrarie alla politica di respingimento dei “migranti economici”. Quando neghiamo a quest’ultimi il diritto di trovare fortuna nel nostro continente, stiamo rinnegando il diritto dei nostri nonni di andare in Germania o in Svizzera o quello dei nostri figli di andare a studiare nelle prestigiose università del nord Europa e cercare per loro un nuovo orizzonte che possa formarli sia umanamente che professionalmente.

Davide Daidone

Note:
[1]
“A chiunque per timore di essere
perseguitato per la sua razza, la sua religione, la sua cittadinanza, la sua
appartenenza a un determinato gruppo sociale o le sue opinioni politiche, si
trova fuori dallo Stato di cui possiede la cittadinanza e non può o, per tale
timore, non vuole domandare la protezione di detto Stato”.
Art.1,
Convenzione di Ginevra, 1951.
Riferimenti bibliografici:
– Kunz, E.F. (1973), The Refugee in Flight: Kinetic Models and Forms of Displacement, in “International Migration Review”, 7
-Lenius, “Quanti sono i rifugiati in Italia e in Europa?”, di Fabio Colombo, 2015
-Unhcr (2014), Asylum Trends 2013

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